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Spunti di riflessione sulla madre – Seconda parte

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Spunti di riflessione sulla madre – Seconda parte

Proseguiamo, insieme a Jolanda, con l’approfondimento sulla madre. Se vi siete persi la prima parte vi consigliamo di leggerla!

L’ospitalità assoluta del figlio senza proprietà

Il simbolo femminile più sacro è rappresentato dalla Vergine Maria. La giovane donna porta nel grembo e cresce un figlio che non è suo, in quanto figlio di Dio. Ciononostante vive la sua gravidanza e il prendersi cura di Gesù con un sentimento di pienezza. La Santa Vergine incarna il vero senso della maternità: l’ospitalità assoluta senza proprietà. Lei cresce un figlio che non è suo e che è destinato ad abbandonarla.

Ogni madre insegna paradossalmente al figlio a camminare (simbolicamente a potersene andare in totale libertà) e impara nel contempo a saper perdere suo figlio, a lasciare andare la vita di suo figlio. Questo è il paradosso materno: vorrei che tu fossi mio e io potessi essere in simbiosi con te sempre, ma allo stesso tempo ti sto preparando al distacco. In altre parole, se da una parte la mamma vuole la libertà del proprio figlio e gli insegna a staccarsi da lei, dall’altra non vorrebbe mai disgiungersi da lui.

Nella Bibbia questo racconto spiega esaustivamente questo paradosso materno: Il giudizio di Salomone, tratto dal primo libro dei Re (1RE 3,16-28).

Un giorno andarono dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui. Una delle due disse: “Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa sola era in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco – la tua schiava dormiva – e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io”.

L’altra donna disse: “Non è vero! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”. E quella, al contrario, diceva: “Non è vero! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo”. Discutevano così alla presenza del re. Egli disse: “Costei dice: Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto e quella dice: Non è vero! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo”.

Allora il re ordinò: “Prendetemi una spada!”. Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: “Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra”.

La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: “Signore, date a lei il bambino vivo; non uccidetelo affatto!”. L’altra disse: “Non sia né mio né tuo; dividetelo in due!”.

Presa la parola, il re disse: “Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre”.

Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunziata dal re e concepirono rispetto per il re, perché avevano constatato che la saggezza di Dio era in lui per render giustizia.

Le due madri del racconto sono la stessa persona e incarnano la grande contraddizione della madre. La prima rinuncia alla proprietà del figlio pur di lasciarlo in vita; la seconda lo vorrebbe morto pur di non staccarsi da lui. La prima sceglie la vita, la seconda la morte (proprietà).

I figli non sono nostri

Per rafforzare il concetto che i figli non sono di nostra proprietà vi consiglio questa splendida lettura “I vostri figli”, poesia tratta dall’opera “Il profeta” di Kahlil Gibran (poeta, pittore e aforista libanese, 1883-1931)

… e una donna che aveva al seno un bambino disse: parlaci dei figli. Ed egli rispose: “I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.

Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

Qual è il segreto per liberare i figli dalla propria madre? Innanzitutto una madre non deve mai dimenticare di essere anche donna. Deve avere una vita al di là dei figli, al di fuori della casa e della famiglia, nel mondo, con interessi e passioni.

In un recente passato nel nostro paese la maternità soffriva di una patologia patriarcale: una volta madre, non poteva più essere donna (nel senso di femmina), ma doveva occuparsi unicamente dei propri figli, della famiglia e della casa. La cultura moderna, al contrario, ha prodotto una patologia narcisistica, in cui la maternità viene spesso vista e vissuta come un handicap: vi è il timore di divenire madre perché questo comporterebbe un decadimento del proprio aspetto fisico o un pericolo a livello professionale o sociale.

La maternità sana esiste nel momento in cui l’essere madre non cancella l’essere donna. I figli hanno bisogno di entrambe, presenza e assenza della figura materna.

Per interrompere la simbiosi tra madre e figlio occorre, come dicevamo, innanzitutto una madre realizzata come donna e secondariamente la figura del padre, che è di fondamentale importanza in questo contesto.

Ma di questo parleremo prossimamente negli “Spunti di riflessione sul padre”… continuate a seguirci! 💪🏻☺️

2 commenti

  1. Difficilmente riesco a lasciare un blog in cui ho letto qualcosa di interessante, senza prima lasciare un commento. E così devo proprio dire che questo articolo è ricco, pieno di verità e forse anche un po’ consolatorio, perché lasciar andare un figlio è una gran prova di amore, ritengo: un percorso che forse in effetti non si esaurisce mai, nemmeno quando egli se ne va e mette su famiglia. Conforta sapere che è davvero paradossale, l’amore materno. I miei figli sono ancora bambini, eppure la simbiosi iniziale è già talmente cambiata, e forse per via di poca fisicità ricevuta dalla mia, di madre, trovo difficile adattarmi ai continui cambiamenti dei figli così velocemente. Per questo, e proprio su questo stesso tema che avete trattato così bene, avevo scritto “Essere madre è roba per stomaci forti” (https://www.pensierirotondi.com/essere-madre-e-roba-per-stomaci-forti/). Grazie per questo post.

    1. Ciao Maddalena, abbiamo letto il tuo post. Come madri comprendiamo e condividiamo la tua paura di soffrire. Ci è piaciuta molto l’immagine delle due ombre che si separano ❤️
      A presto!

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