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L’essenza dell’essere figlio – Parte 1

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L’essenza dell’essere figlio – Parte 1

Dopo avervi proposto l’approfondimento sulla figura della madre e del padre, oggi, insieme a Jolanda, vi portiamo alla scoperta dell’essenza dell’essere figlio.

Il paradosso del figlio

Nessun essere umano può evitare di essere figlio. A sua volta potrà decidere di non divenire egli stesso padre o madre, ma la condizione di figlio è irrinunciabile. Nessun essere umano ha scelto la propria origine; anche il suo nome non è stata una sua scelta. Quindi il figlio, come afferma Massimo Recalcati nel suo programma Lessico famigliare, non è padrone della sua provenienza.

Il paradosso del figlio è che egli proviene dall’altro (madre e padre) e appartiene alla sua origine famigliare, ma allo stesso tempo deve distaccarsi e costruirsi una vita propria. A sua volta il genitore, la madre in particolare, deve uscire dal rapporto simbiotico con lo stesso. In sintesi il primo dovere del genitore e il primo diritto del figlio è quello che attiene alla libertà.

Il figlio ha il diritto di essere lasciato andare a fare esperienza nel mondo e il genitore ha il dovere di renderlo libero e crescerlo autonomo.

Che cosa significa? Nonostante l’amore e il desiderio di appartenenza al nucleo famigliare i figli non sono nostri e vengono al mondo per sperimentare l’esistenza senza il genitore, spesso, deludendo le aspettative e i desideri dei genitori.

Esigenza dell’erranza del figlio

Come dicevamo la prima esperienza del figlio è quella dell’appartenenza (alla famiglia), la seconda è quella dell’erranza, ovvero di andare alla ricerca della propria esperienza nel mondo.

A questo proposito significativa è la Parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32)

11 Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.”

I figli hanno diritto alla rivolta, al conflitto e il genitore non deve rispondere con la stessa animosità, esuberanza, a volte arroganza del figlio.

Massimo Recalcati insiste nell’affermare che essere erede significa essere eretico, nel senso di irriverente, ribelle.

Nel caso della parabola l’erede (il figlio secondogenito) chiede al padre che gli dia la parte del patrimonio che gli spetta e parte per fare esperienza del mondo. Sperpererà tutto ciò che gli era stato dato e tornerà a casa dal padre a mani vuote. Ciononostante il padre lo accoglierà con festeggiamenti perché l’erede era perduto ed è stato ritrovato. Questo è il significato della parabola che ben si sposa con la nostra opinione.

Ecco che ritorna il concetto che il figlio va amato nonostante sia diverso dai genitori, anzi proprio perché differente, anche se non corrisponde alle aspettative e ai desideri di madre e padre.

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